Un urlo silenzioso

Mi sono proprio stancata di questo mondo stitico che fatica a far uscire la bellezza.

Mi sono stancata di questo mondo incapace di dare spazio a chi ha scelto di perseguire la dura via dell’arte e della cultura.

Mi sono stancata di questa gente che si presenta bene, come uno di quei menu à la carte del ristorante in centro, dove poi ti accorgi che il cibo è poco e non così buono.

E mi sono anche stancata di tutto questo vuoto. Sì, perché c’è il vuoto intorno a chi ha deciso di far parte di quella fetta di persone che non vuole produrre nel senso materiale del termine. C’è silenzio intorno a chi ha deciso di parlare di Heidegger, di Nietzsche e di Caravaggio, vuoto intorno a chi ha scelto la recitazione, la musica, la pittura, la fotografia. Non c’è dimensione temporale per chi si nutre di storia e di letteratura: qui non c’è spazio.

Nell’epoca in cui la gente ama mostrarsi per quel che non sa fare, chi è capace affonda e sprofonda, perché chi davvero sa, rare volte ostenta il proprio sapere. Socrate diceva ironicamente “so di non sapere”, oggi tutti invece sanno di sapere. Che cosa poi? Che cosa sanno? Sanno forse cosa significhi vivere in una società dove è impossibile potersi manifestare? Noi manifestiamo sì, ma per che cosa?

Chi è che ci ascolta? Ci è stata tolta la possibilità di esprimerci perché siamo superflui, non produciamo soldi, noi viziati figli di papà che studiamo la filosofia e altre materie poco concrete siamo un peso per la società. Perché è così che la società dipinge chi non aspira al lavoro sicuro in banca. Il teatro, la scrittura e la poesia sono cianfrusaglie per questo mondo, cianfrusaglie di cui non sa che farsene. 

A me in pochi hanno ascoltato e ancora in meno aiutato, però ho visto venir aiutati tanti individui senza arte né parte, ma con delle buone amicizie e con una famiglia ben inserita. Il privilegio se ormai prima era cosa per pochi adesso lo è ancora di più. Non basta la laurea, la gavetta, il lavoro non retribuito o sottopagato, adesso non bastano neanche più le competenze, ma contano solo le conoscenze. Vivo nell’era in cui se avessi mostrato il mio culo e le mie tette rifatte avrei sicuramente riscontrato maggior successo che con i miei articoli sul blog di cultura. Ma con i se e con i ma non si va avanti, giusto?

Lo so, è anche colpa mia, e di chi come me non ha avuto quella bramosia di divorare il mondo, quella fame tanto decantata da uomini e donne di successo. Eppure, se mi guardo indietro, non ero poi così sazia: avevo anche io una certa fame. Organizzavo eventi culturali insieme alle mie amiche senza budget, senza sponsor, senza niente. Lo facevo non perché volessi accontentarmi delle briciole: volevo la torta intera, ma o era troppo cara o non me la meritavo abbastanza. E quindi quella torta alla fine neanche la voglio più. Sì, perché sono anche stanca di chiedere, di supplicare, di pregare.

Sono stanca di inginocchiarmi, ma senza aver davanti un confessore a cui poter urlare la mia frustrazione, la mia insoddisfazione. Oltre a non aver più fame, non ho neanche più voce, posso ancora solo sussurrare questi rantoli di dolore. Ho ancora la vista e quello che vedo mi piace sempre meno, niente sembra progredire come invece i media, la televisione e i giornali ci vogliono far credere. Vivo nell’epoca in cui la casa non è un diritto, figuriamoci un lavoro artistico retribuito. Non mi sono mai piaciuti quelli che si lamentano della politica senza avere un minimo di conoscenza delle dinamiche che vi ruotano attorno, ma oggi, chiedo venia, farò parte di questi. Vorrei che qualcuno si preoccupasse di noi che abbiamo scelto una strada diversa perché senza bellezza non ci si emoziona più e senza emozioni si muore. Quando studiavo filosofia in molti mi chiedevano che cosa volessi fare dopo, ed io rispondevo sempre che avrei potuto fare tutto e niente, forse perché già dentro di me sapevo che non avrei potuto fare niente. E non posso fare niente perché il mondo è arido. Tutti a parole dichiarano la propria ammirazione e il proprio gusto estetico, tutti dicono che bella l’arte! Che belle le mostre! Mi piace il teatro! E poi? E poi però nessuno dà loro il giusto e degno valore, relegando e riducendo l’arte ad un hobby, un passatempo, meglio se per ricchi perché l’arte piace solo quando è elitaria, quando esclude chi non ha potuto avere gli strumenti per approfondirla o comprenderne il senso. Il mondo non viene più concimato da tempo, il mondo non è fertile perché noi non siamo più fertili: siamo esseri atrofizzati, menomati, siamo i reduci di una guerra invisibile. Le nostre armi erano i pennelli, le penne, i fogli, i palchi e piano piano ci sono stati tolti, e non ce ne siamo neanche accorti. Restavamo a guardare gli altri, come spettatori dentro una sala, e intanto sul palco, mentre gli attori recitavano, ci hanno portato via tutto: la fame, la speranza, l’arte e la vita.

Giorgia Petani

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