Quando Coltrane sfidò il Ku Klux Klan

Ciò che rende davvero speciale un artista è la capacità di riuscire ad esprimere le proprie emozioni, sia negative che positive attraverso la propria arte. E non è un caso che proprio le più grandi melodie siano state concepite in seguito ad eventi spesso traumatici e sconvolgenti. La canzone Alabama dell’immenso John Coltrane, contenuta nel disco ”Live At Birland”, è un grande esempio di come la sofferenza possa venire utilizzata per creare delle sonorità destinate ad emozionare e a far riflettere le future generazioni. Nei primi anni ’60 gli Stati Uniti d’America erano dilaniati da feroci scontri razziali e continue tensioni tra bianchi e neri. Ormai era stato raggiunto un punto di non ritorno. Da una parte i suprematisti bianchi, guidati dalla terribile setta del Ku Klux Klan, che si opponevano ad ogni apertura nei confronti dei neri; dall’altra il Movimento per i Diritti Civili degli Afroamericani, capeggiato dal grandissimo Martin Luther King, che lottava per la parità e l’uguaglianza sociale. Erano gli anni della segregazione razziale e alle minoranze afroamericane, sfruttate ed emarginate, non erano garantiti i diritti fondamentali. Oltre a ciò, in molti Stati del Sud, i cappucci bianchi del Ku Klux Klan terrorizzavano le comunità di neri con pestaggi, omicidi, stupri e veri e propri attentati, spesso con la connivenza delle autorità locali che erano ben contente di chiudere un occhio e archiviare le indagini.

La mattina del 15 Settembre 1963 nella cittadina di Birmingham, in Alabama, vi fu un terribile attentato che turbò l’opinione pubblica, gli artisti del tempo e la politica: dei membri del Ku Klux Klan misero una bomba in una chiesa frequentata dalla comunità di afroamericani del posto e la fecero scoppiare durante nel bel mezzo di una funzione religiosa, con la chiesa gremitissima da fedeli di colore. Nel terribile attentato persero la vita quattro bambini tra gli 11 e i 14 anni di età. I feriti gravi furono ventidue. È inutile evidenziare come un atto del genere, tanto meschino e vile, sconvolse l’intera nazione. Lo stesso John Coltrane rimase letteralmente sotto shock per quanto accaduto. A quei tempi Coltrane era nel pieno del successo: dopo essere stato consacrato nell’Olimpo del Jazz e aver fatto parte, come sassofonista, del quintetto storico di Miles Davis (che diede alla luce vere e proprie pietre miliari come Kind of Blue o Round About Midnight) l’artista si era da poco lanciato in una fortunata carriera solista, ottenendo subito un grandissimo seguito di pubblico e componendo dischi sublimi che ancora oggi risuonano negli impianti stereo di mezzo mondo. Sarebbe stato facile per il giovane musicista non addentrarsi in spinose questioni politiche e godersi il successo in tranquillità. Ma John Coltrane non era quel tipo di persona: lui che aveva subito sulla sua pelle il dramma del razzismo, lui che era stato costretto a suonare in vere e proprie bettole per soli neri, non avrebbe mai potuto girarsi dall’altra parte e far finta di nulla. Fu così che a pochi giorni di distanza dal tragico evento, John Coltrane si chiuse in studio e in preda ad una vera e propria ispirazione mistica compose e registrò in una sola notte, il brano Alabama. La creazione della traccia fu fortemente influenzata dal commovente discorso che Martin Luther King tenne al funerale delle piccole vittime. A tal proposito ricorda McCoy Tiner, il pianista della band di Coltrane: “Quel discorso era su tutti i giornali. Stampato. Così John prese le forme ritmiche di quel discorso e le trasformò in musica. Nacque così Alabama.”

Sfido chiunque ad ascoltare il 33 giri contente Alabama ad alto volume e non venire colpito da un turbinio di emozioni che, il più delle volte, sfocia in un pianto liberatorio. Non ci sono parole, ma semplici note suonate in maniera divina che riescono ad entrarti dentro e a toccarti le corde dell’anima. La canzone è un omaggio alle vittime di questa terribile tragedia. Essa è divisa in due parti: una prima parte, che ricalca l’omelia funebre, molto cupa e triste che vuole far riflettere l’ascoltare sul dramma della morte insensata e inutile di 4 bambini e sulla cattiveria che può raggiungere il genere umano; la parte finale, invece, pur mantenendo comunque sonorità malinconiche, risulta  più viva e armoniosa, quasi a voler lasciare accesa la speranza che un futuro migliore sia possibile, nonostante le cicatrici che eventi del genere portano. Nel fiato utilizzato da Coltrane per far suonare il proprio sassofono si possono ritrovare le grida di milioni di afroamericani che chiedono dignità e diritti oppure i discorsi carichi di speranza di Martin Luther King. Trovo molto significativo che una tragedia del genere abbia comunque reso possibile la creazione di una opera d’arte tanto bella ed emozionante. E’ come se Coltrane abbia voluto dare una lezione all’umanità e far comprendere che alle brutture e alle follie dell’uomo si può rispondere con l’arte e con il bello. 

Voglio essere una forza del bene. In altre parole so che esistono forze del male, forze che arrecano sofferenza agli altri e miseria al mondo, ma io voglio essere una forza opposta. La mia musica vuole essere la forza con la quale fare veramente del bene”. Disse così Coltrane. In seguito a questo tragico evento, nel 1964 venne emanato il Civil Rights Act e la condizione dei neri fu equiparata, almeno sulla carta, a quella dei bianchi. Mi piace pensare che Alabama abbia dato un contributo alla creazione di una società più equa e giusta. Perché certe volte delle semplici note suonate da un sassofono possono davvero cambiare il mondo. L’insegnamento di Coltrane oggi risulta tremendamente attuale, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca che hanno visto una escalation di tensioni razziali in tutti gli Stati Uniti. Oggi più che mai è necessario tenere viva la memoria e ascoltare il messaggio di lotta e speranza trasmesso da canzoni come Alabama di John Coltrane. 

Questo articolo è dedicato alla memoria di George Floyd, brutalmente ucciso dalla Polizia e a tutti gli afroamericani vittime di vigliacchi attacchi razzisti

Tommaso P.

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